L'isola che c'è...

it's my life..........no strange...........no life!!!!!

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Shiiauuu a tutti sono Claudia ho 16anni sono di Napoli...frequento il 3 anno del liceo psicopedagogio...e diciamo che sono come sono e mi vedete come mi vedete(O.o) No all'Utente Anonimo: aderisci anche tu! DON'T BE SCARED....LET ME SEE YOU

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La letteratura medievale inglese,i thriller psicologici,la scherma storica,LA TRECCIA FRANCESE,il ragazzo del supermercato di via mezzo cannone(aleeee*_*),i vampiri in tutto il loro fascino, i denti dei vampiri,la pelle candida,lo smalto nero, la saga di Twilight,gli animali leggendari,le foreste,i paesi del nord europa,l'amore,le foto in bianco e nero,Luciana Letizzetto,Pino Scotto,KaiHansen,gli anfibi,i boschi, i capelli rossi,Robin williams(l'attore),il basilico, Fabriziodeandrè(è un vero poeta),Mr Bean,Voyager,Keroro,la batteria(quella che si suona), Cat Stevens, Jack Black,il rosso sangue ,il nero,il blu notte(ma i colori in generale tranne il rosa).....la mia sorellina aleee(grezzy)....la musica che riesce ad emozionarmi(rock e derivati).....le coccole(qualsiasi tipo di coccole...)....,la canzone del parmy(bella ciao),la guerra di piero,il fastdoccing,Che tempo che fa(programma),giocare a toccatetta (ahaha),leggere,scervellarsi..(anche se NON riusciamo/possiamo a trarre delle conclusioni certe ),la mitica Birra,l'inglese.......lo spagnolo...il tedesko ,il natale,la primavera(qui bisogna leggere trà le righe),gli sport estremi,.....sclerare...cn le mie amichette e sorelline pazzoidi......,cantare a squarciagola e sotto la doccia ..dire cose insensate fino alla nausea,VUIBANIZZARCI(possono capire solo Ale& Libby),IL VOKABOLARIO NAPOLeNGLISH,danzare,la pizza,i lupi,i cervi,i leoni,i koala,gli alberi,guardarel'alba,chiacchierare davanti ad una cioccolata calda,i vampiri,le fate,i cartoni della walt disney(guai a chi dice che sono roba da poppanti o cose del genere),dumbo,i LIBRIIIIII(in praticolare quelli sui vampiri),la mitica SANGRIAAAAAAAAAAA..e vari..ROCK TV,DATABASE!!!!!hihihih....LA SBATTERA,la lettere (che si mandavano tanto tempo fa! adesso siamo sommersi dalla tecnologia...sob), patty smith, bob dylan,e tant altro....

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I ragazzi che si depilano(>_<),Emilio Fede,la chiesa,la violenza sulle donne,le categorie e chi categorizza troppo,i bianchi e i blu (chiunque possano essere),Rocco Siffredi,le persone che dopo essersi fidanzate abbandonano gli amici,le persone che nn hanno il coraggio di parlare in faccia a determinate persone e lasciano messaggi a queste ultime tramite il proprio blog(mah),i fidanzati che si lasciano messaggi tramite la firma d msn(mah..),certe ragazze così ingenue da permettere a certi ragazzi di approfittarsene di loro,i tarati mentali,l'odio,gli opportunisti,il vittimismo esagerato,il FUMO in ogni suo genere inquinante,chi fuma davanti ad altre persone che nn fumano mancando di rispetto in caso qst ultimo disprezza pienamente il fumo!chi manca d rispetto in generale cmq!!!gli incivili,I REALITY SHOW,la televisione italiana in generale,la mia ex prof di latino....i pedofili..e specialmente i vecchiacci del Vomero!!!!le zanzare,i grilli,la mantide reliogiosa,le sveglie,i culturisti(grr),le donne super rifatte (stile ochetta americana),quando mi aprono l'acqua mentre faccio la doccia(specialmente se lo fanno apposta)...quando le persone mentono spudoratamente pur d voler avere ragione su qualcosa!gli ipocriti,i"lecchini",i luccichiii rosaconfetto di questo blog,i presuntuosi,il trucco ,i commenti anonimi e chi li lascia,emule qnd non scarica(cioè sempre),e le persone che pensano che se hai una certa età magari nn puoi capire certe cose quando poi l'età nn c'entra un kaiser,la grappa,le doghe del mio letto ke ogniqualvolta saltiamo se ne cadono,la "musica" neomelodica ,la musica house(musica?),i bigotti,le persone inconcrete,i ragazzi che ci provano spudoratamente solo perchè ti trovano carina e non per altro facendoti sentire un "oggetto" ,qnd qualcuno mi tocca i capelli,le persone che fissano in continuazione specie in treno,leggere le mail,la frase "l'amore non è bello se non è litigarello",i leghisti etcetc

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giovedì, 26 giugno 2008

Mi sento triste; sai che novità in questo periodo ( questo blog sembra diventato il diario di un emoXD)

A volte penso che sia stata ,si, la goccia che ha fatto traboccare il vaso; ma è come se non capissi cos è che è trabboccato dal vaso; ovvero mettiamo che la goccia sia di un materiale e tutto il resto del contenuto del vaso di un altro materiale; conosco e so identificare la goccia ma non so identificare tutto il resto del contenuto del vaso;e finchè non riesco ad identificare la quantità maggiore la cosa resta irrisolta; perchè è quella che conta in questo caso;vabè mi sono capita da sola, solo e soltanto io posso sapere a cosa mi riferisco ne mi va di renderlo esplicito :/

Stasera pensavo che sono permalosissima!!!!!! ma come si può essere così permalosi??? me la sono presa per una stupidaggine rendendo triste qualcuno;forse devo ancora crescere :/

Ma mica so se essere permalosi equivalga ad essere immaturi???!!!??? :/ forse in parte...so solo che sono la persona più permalosa del pianeta terra O_O forse è una malattia a questi livelli O_O mi informerò.....

Adieu

 

klaudianossola Ha sognato alle 23:19
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mercoledì, 25 giugno 2008

Sono stata in Sicilia.Che bella Lipari.Mi sono divertita. Adesso sono tornata.Stavo bene.Adesso no. Voglio andare ad Amalfi. Chi viene con me?.Quanto tempo che non posto. Non ricordavo più neanche come si postava o.O OK....COMINCAMO.....EH????

Obbiettivi  per i  prossimi anni:

-Andarmene dall 'italia;

-andare a vivere CON GLI INDIGENI (ehhhhhhhhhhhhhhh?);

-abolire tutta la tecnologia;

-Viaggiare;

-Girare tutto il mondo nella speranza di trovare "l'uomo giusto"..anzi facciamo "l'uomo che cerco"( ehhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh?) ( la mia coscienza intatanto si sta sbellicando)

-Procurarmi un pò di veritaserum da dare a tutte le persone di cui non mi fido( ovvero tutti);

-Andare a qualche concerto;

- Vedere formaggino

-Diventare lesbica( o.O)

-fare cose, vedere gente (ehhhhhhhhhhhh???) nsdbxxlahsdblw

ADDIO

klaudianossola Ha sognato alle 00:24
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mercoledì, 30 aprile 2008

L'apatia mi ha arrestato......

apatia

klaudianossola Ha sognato alle 00:12
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lunedì, 14 aprile 2008

Anche se le cose che amo sono infinite sono stata coinvolta in questa catena ed ora "devo" rispettarla ^___^

 
http://www.imajica.splinder.com
 mi ha coinvolto in questa simpatica catena...

Per prima cosa, il regolamento:

- indicare il link di chi vi ha coinvolti

- scrivere il regolamento del gioco sul proprio blog

- citare le sei cose oggetto del gioco

- coinvolgere altri sei personaggi

- comunicare ai fortunati la nomination



Quindi le sei cose in ordine casuale:

- ascoltare musica

- suonare la batteria

- leggere tantissimo

- cantare

- i thriller psicologici

- il sangue/vampiri

Le seguenti cose non sono le 6 cose che più amo perchè ci sono tantissime cose che amo quindi ne ho prese sei a caso trà le tante che amo XD

Nomino i seguenti utenti:

- Orpha(so che non lo farai XD)

- Little crazy rose(so che lo farai XD)

-Wezda

-Aldwyn

-Tonylatino

-Vampyr8

P.S. se sale il nanetto(che farà da ciliegina sulla torta) emigro in Papuasia zeze zeze zeze

Aurevoir

klaudianossola Ha sognato alle 16:42
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venerdì, 11 aprile 2008

Dopo qualche secolo che non aggiornavo oggi sono "di poche parole mode on"

Perla di saggezza del giorno:

Sarà anche scontato...ma...Meglio soli che male accompagnati!!!

Me ne rendo sempre più conto...oggi particolarmente  °___°

Aurevoir

klaudianossola Ha sognato alle 23:54
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mercoledì, 02 aprile 2008

3

The end

Il mattino dopo mi sentivo un vero schifo. Non avevo dormito bene, sentivo bruciare il braccio e mi faceva male la testa. E a peggiorare il tutto, il ricordo del volto di Edward dolce ma lontano, mentre mi sfiorava la fronte con un bacio e usciva svelto dalla finestra. Temevo che, nelle ore passate a guardarmi persa nell'incoscienza del sonno, avesse ripensato a ciò che era giusto o sbagliato. L'ansia amplificava il rimbombo dei battiti nella mia testa.
Come al solito lo trovai ad aspettarmi a scuola, ma la sua espressione era strana. Lo sguardo nascondeva qualcosa che non riuscivo a cogliere... e che mi terrorizzava. Non volevo parlare della sera prima, ma non ero neanche sicura che evitare il discorso fosse la mossa migliore.
Aprì lo sportello del pick-up per aiutarmi a scendere.
«Come ti senti stamattina?».
«Splendidamente», mentii, scombussolata persino dallo sbattere della portiera che si richiudeva.
Camminavamo in silenzio, lui accorciava il passo per restare al mio fianco. Avevo tante domande che mi si agitavano in testa, ma avrebbero dovuto aspettare perché erano quasi tutte per Alice: come stava Jasper? Cosa si erano detti dopo che me ne ero andata? Come l'aveva presa Rosalie? E soprattutto, cos'è che lei intravedeva nelle sue strane e imperfette visioni del futuro? Riusciva a leggere i pensieri di Edward, a scorgere il motivo di tanto malumore? Erano fondate le paure istintive e impalpabili che non riuscivo a scrollarmi di dosso?
Il mattino trascorse lento. Non vedevo l'ora di incontrare Alice, anche se sapevo che non sarei riuscita a parlarle in presenza di Edward. Lui restava sulle sue. Di tanto in tanto mi chiedeva come andasse il braccio e rispondevo con una bugia.
A pranzo, Alice ci precedeva sempre: non era costretta a tenere il passo di un bradipo come me. Ma quel giorno non l'avremmo trovata seduta a tavola di fronte a un vassoio di cibo che non avrebbe mangiato.
Edward non disse nulla riguardo l'assenza della sorella. Immaginai che la sua lezione si fosse protratta più a lungo del solito, ma poi vidi Conner e Ben, che frequentavano la quarta ora di francese assieme a lei.
«Dov'è Alice?», chiesi inquieta a Edward.
Mentre fissava una barretta di cereali, sbriciolandola pian piano tra le dita, mi rispose: «Con Jasper».
«Lui sta bene?».
«Per un po' resterà lontano».
«Cioè? Dove?».
Edward si strinse nelle spalle: «In nessun posto preciso».
«E Alice gli farà compagnia», aggiunsi in preda allo sconforto. Ma certo, era sempre pronta ad assistere Jasper nel momento del bisogno.
«Sì, starà lontana da casa per un po'. Vuole convincerlo a trasferirsi a Denali».
Denali era il luogo d'insediamento dell'unica altra comunità di vampiri speciali - buoni come i Cullen. Tanya e la sua famiglia. Di tanto in tanto ne avevo sentito parlare. Edward si era rifugiato presso di loro, l'inverno precedente, quando il mio arrivo gli aveva reso difficile vivere a Forks. Anche Laurent, il membro più sensibile del piccolo branco di James, li aveva raggiunti, anziché spalleggiare il suo compare contro i Cullen. Consigliare a Jasper di andare a Denali era stata una scelta molto sensata.
Deglutii, cercando di sciogliere il nodo che d'un tratto mi aveva bloccato la gola. Il senso di colpa mi fece chinare la testa e abbassare le spalle. Li avevo costretti a fuggire da casa, come Rosalie ed Emmett. Ero una disgrazia.
«Ti dà fastidio il braccio?», mi chiese premuroso.
«Chi se ne importa del mio stupido braccio?», mormorai nauseata.
Non rispose, e io appoggiai la testa sul tavolo.
Alla fine della giornata, il silenzio era diventato assurdo. Non desideravo essere io a spezzarlo per prima, ma evidentemente non avevo scelta se volevo che Edward mi parlasse di nuovo.
«Puoi venire più tardi, stasera?», gli chiesi mentre mi accompagnava - in silenzio - al pick-up. Veniva sempre a trovarmi.
«Più tardi?».
Fui lieta di averlo sorpreso. «Oggi lavoro. Devo restituire alla signora Newton la giornata libera di ieri».
«Ah».
«Però quando torno a casa puoi venire, d'accordo?». All'improvviso non mi sentivo più sicura delle mie parole e questo non mi piaceva.
«Se vuoi, ci sarò».
«Certo che ti voglio», ribadii, forse con intensità maggiore di quanto si addicesse alla conversazione.
Mi aspettavo che reagisse alle mie parole, almeno con un ghigno o una risata.
«D'accordo», rispose, indifferente.
Mi baciò di nuovo sulla fronte e richiuse la portiera. Poi si voltò e si diresse con grazia verso la sua auto.
Uscii dal parcheggio prima che il panico s'impadronisse di me, ma giunta dai Newton ero già in iperventilazione.
Ha solo bisogno di tempo, mi ripetevo. Supererà questo momento. Forse era triste perché i suoi fratelli l'avevano abbandonato. Ma Alice e Jasper sarebbero tornati presto, così come Rosalie ed Emmett. Se fosse servito a qualcosa, sarei rimasta lontana dalla grande casa sul fiume: non ci avrei mai più messo piede. Non m'importava. Avrei comunque incontrato Alice a scuola. Sarebbe tornata a scuola, no? E aveva passato così tanto tempo a casa mia che non avrebbe voluto ferire i sentimenti di Charlie tenendosene lontana.
E senza dubbio avrei incrociato regolarmente Carlisle al pronto soccorso.
Dopotutto, ciò che era successo la sera precedente non era nulla. Non era successo niente. Ero caduta: il riassunto della mia vita. Un fatto insignificante, se ripensavo agli eventi della primavera appena trascorsa. James mi aveva ridotta a pezzi e avevo rischiato di morire dissanguata... ed Edward aveva sopportato le interminabili settimane di convalescenza in ospedale molto meglio di così. Forse questa volta il problema era che non doveva proteggermi da un nemico, ma da suo fratello?
Probabilmente avrebbe dovuto portarmi via, anziché lasciare che la sua famiglia si disgregasse. La depressione si alleggerì quando pensai a tutto il tempo che avremmo passato da soli. Se Edward avesse retto per quest'ultimo anno di scuola, Charlie non avrebbe potuto obiettare nulla. Ci saremmo iscritti allo stesso college, magari per finta come Rosalie ed Emmett. Aspettare un anno era cosa da poco per Edward. Cos'è un anno per un immortale? Non sembrava lungo neanche a me.
Riuscii a raccogliere la lucidità sufficiente a scendere dal pick-up ed entrare in negozio. Mike Newton mi aveva preceduta e quando entrai mi salutò con un sorriso. Afferrai la divisa abbozzando un cenno verso di lui. Non avevo ancora smesso di immaginare la piacevole possibilità che io ed Edward fuggissimo assieme in qualche località esotica.
Mike interruppe le mie fantasie. «Com'è andato il compleanno?».
«Bah, per fortuna è finito», borbottai.
Lui mi guardò di sottecchi come se fossi pazza.
Il lavoro mi pesava. Desideravo stare con Edward e pregavo che il peggio, qualunque esso fosse, potesse passare prima che ci rivedessimo. Non è niente, mi ripetevo in continuazione. Tutto tornerà alla normalità.
Quando più tardi imboccai la strada di casa mia e vidi l'auto argentata di Edward mi sentii sopraffatta dal sollievo, che mi lasciò però disorientata e con un fondo di preoccupazione.
Sfrecciai verso la porta d'ingresso, facendomi sentire ancora prima di entrare.
«Papà? Edward?».
Dal salotto giunse l'inconfondibile sigla dei programmi sportivi della ESPN.
«Siamo qui», rispose Charlie.
Appesi l'impermeabile all'attaccapanni e girai svelta l'angolo.
Edward era sulla poltrona, Charlie sul divano. Entrambi tenevano gli occhi fissi sullo schermo. Tipico di mio padre, ma non di Edward.
«Ciao», dissi a mezza voce.
«Ciao, Bella», rispose mio padre senza perdere di vista lo schermo. «Ci sono degli avanzi di pizza. Dovrebbero essere ancora sul tavolo».
«Grazie».
Aspettai in corridoio da dove potevo tener d'occhio il salotto, finché... Edward si voltò a guardarmi accennando un sorriso: «Ti raggiungo subito», disse. Poi tornò con gli occhi al televisore.
Restai immobile e sbalordita per un minuto intero. Nessuno dei due sembrò accorgersene. Sentivo qualcosa, forse il panico, crescere dentro. Scappai in cucina. La pizza non mi attirava. Mi sedetti, rannicchiandomi con le ginocchia strette al petto. C'era qualcosa che non andava, era peggio di quanto pensassi. La TV non smetteva di irradiare chiacchiere e battute maschili.
Cercai di controllarmi, di ragionare. Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere? Trasalii. Era la domanda più sbagliata che potessi farmi. Riuscivo a malapena a respirare.
Okay, riprovai, qual è la cosa peggiore che potrei sopportare? Neanche quella domanda mi piaceva granché. Ma ripensai alle possibilità su cui avevo meditato durante la giornata.
Restare lontana dalla famiglia di Edward. Tranne che da Alice, ovviamente. Però, se Jasper fosse stato costretto ad allontanarsi, avrei passato meno tempo anche con lei. Annuii, tra me e me: potevo farcela.
Altra possibilità: andarcene. Forse Edward non voleva aspettare la fine dell'anno scolastico, forse dovevamo farlo subito.
Davanti a me, sul tavolo, i regali di Charlie e Renée erano dove li avevo lasciati, con la macchina fotografica, che non ero riuscita a usare a casa Cullen, accanto all'album. Sfiorai la bella copertina dell'album regalatomi da mia madre e sospirai ripensando a lei. Malgrado mi fossi lasciata da tempo alle spalle la vita con lei, non mi era facile accettare l'idea di una separazione ancor più netta. Charlie, poi, sarebbe rimasto solo, abbandonato. Avrei fatto tanto male a entrambi...
Ma saremmo tornati, no? Saremmo venuti a trovarli, vero?
Non potevo essere sicura della risposta.
Posai la guancia sul ginocchio e fissai quei pegni dell'amore dei miei genitori. Sapevo che la strada che avevo scelto sarebbe stata difficile. E, dopotutto, stavo pensando al peggio che potesse accadere, la situazione più drastica tra quelle che sarei riuscita a superare...
Sfiorai di nuovo l'album e sollevai la copertina. C'erano già gli angoli di metallo per fissare la prima foto. Non era un'idea tanto cattiva fermare qualche momento della mia vita. Sentii lo strano impulso di iniziare subito. Forse non mi restava molto tempo da passare a Forks.
Giocherellai con la cinghia della macchina fotografica, ripensando al mio primo scatto. Sarebbe somigliato almeno vagamente all'originale? Ne dubitavo. Lui, comunque, non temeva che la foto venisse vuota. Sorrisi ripensando alla sua risata spensierata, la sera prima. Ma il sorriso si spense subito. Tante cose erano cambiate all'improvviso. Avevo le vertigini, come sull'orlo di un precipizio.
Non volevo pensarci più. Afferrai la macchina fotografica e salii le scale.
Nei diciassette anni trascorsi dal giorno in cui mia madre se n'era andata, la mia stanza non era cambiata granché. Le pareti erano ancora azzurre, alle finestre c'erano le stesse tende di pizzo ingiallite. Al posto del lettino c'era un letto vero, su cui però stava scomposta una trapunta che lei stessa avrebbe riconosciuto: un regalo della nonna.
Senza pensarci, scattai una foto della mia stanza. Non avevo più granché da fare per quella giornata, fuori era ormai buio, e la sensazione di pochi minuti prima era sempre più forte, tanto da trasformarsi in una spinta irrefrenabile: avrei fissato tutto ciò che potevo, prima di andarmene da Forks.
Tutto stava per cambiare. Lo sentivo. Non era una prospettiva piacevole, non nel momento in cui la mia vita sembrava perfetta.
Scesi le scale con calma, la macchina fotografica in mano, cercando di ignorare le farfalline nello stomaco, mentre pensavo allo strano senso di distanza che non volevo rivedere negli occhi di Edward. Gli sarebbe passata. Forse era preoccupato di sconvolgermi se mi avesse chiesto di fuggire. Volevo lasciarlo meditare senza immischiarmi. E farmi trovare pronta.
Preparai la macchina, appoggiata all'angolo del salotto, senza farmi vedere. Pensavo che non sarei mai riuscita a cogliere Edward di sorpresa, ma lui non alzò gli occhi. Sentii un brivido passeggero e un fremito glaciale mi sfiorò lo stomaco. Feci finta di nulla e scattai la foto.
A quel punto, si voltarono entrambi. Charlie aggrottò le sopracciglia. Il viso di Edward era privo di espressione.
«Cosa fai, Bella?», si lamentò Charlie.
«E dai». Mi sforzai di sorridere e mi sedetti a terra, di fronte al divano su cui era allungato mio padre. «Sai bene che la mamma chiamerà al più presto per chiedermi se sto usando i miei regali. Devo mettermi al lavoro se non voglio deluderla».
«Ma perché fotografi proprio me?», borbottò.
«Perché sei un bell'uomo», risposi scherzosa. «E perché, dato che hai comprato la macchina fotografica, sei obbligato a essere uno dei miei soggetti».
Mormorò qualcosa di incomprensibile.
«Dai, Edward», dissi con indifferenza ammirevole. «Fanne una a me e papà».
Gli lanciai la macchina fotografica, evitando con cura il suo sguardo, e m'inginocchiai accanto al bracciolo su cui Charlie poggiava la testa. Papà sospirò.
«Devi sorridere, Bella», mormorò Edward.
Mi sforzai di farlo e il flash scattò.
«Okay, adesso tocca a voi», propose Charlie. Sapevo bene che voleva soltanto evitare lo sguardo della macchina fotografica.
Edward si alzò in piedi e con grazia gli porse l'apparecchio.
Mi avvicinai a lui e mi sentii costretta in una posa strana e formale. Appoggiò delicatamente una mano sulla mia spalla mentre io con il braccio mi strinsi forte ai suoi fianchi. Avrei voluto guardarlo in volto, ma avevo paura.
«Sorridi, Bella», ribadì Charlie.
Feci un sospiro profondo e sorrisi. Il flash mi accecò.
«Basta foto, per stasera», disse Charlie, che infilò subito la macchina tra due cuscini del divano, su cui si sedette. «Non sei obbligata a finire subito il rullino».
Edward tolse la mano dalla mia spalla e sfuggì alla presa con disinvoltura. Tornò a sedersi sulla poltrona.
Dopo una piccola esitazione, mi sedetti anch'io sul divano. D'un tratto ero così agitata che mi sentii tremare le mani. Le nascosi incrociando le braccia sulla pancia, posai il mento sulle ginocchia alzate e fissai lo schermo della TV, senza vedere niente.
Alla fine della trasmissione non mi ero mossa di un centimetro. Con la coda dell'occhio vidi Edward alzarsi.
«È ora di rientrare», disse.
Charlie non staccava gli occhi dalla pubblicità. «Ciao, ciao».
Goffa e intorpidita per esser rimasta immobile a lungo, mi alzai in piedi e accompagnai Edward alla porta. Lui filò dritto verso l'auto.
«Non rimani?», chiesi, aspettandomi già la sua risposta.
«Stasera no».
Evitai di chiedergli perché.
Salì in auto e io restai a guardarlo mentre se ne andava. Mi accorsi a malapena che pioveva. Rimasi in attesa, di cosa non lo so, finché alle mie spalle non si aprì la porta.
«Bella, che fai?», chiese Charlie, sorpreso di vedermi lì fuori impalata e gocciolante.
«Niente». Mi voltai e rientrai ciondolando.
Fu una notte lunga, niente affatto riposante.
Mi alzai alla prima luce fioca che scorsi alla finestra. Mi preparai meccanicamente per andare a scuola, in attesa che le nuvole si schiarissero. Mangiai una tazza di cereali e decisi che c'era abbastanza luce per scattare qualche foto. Ne feci una al pick-up e un'altra alla facciata della casa. Mi voltai a fotografare la foresta vicino al giardino di Charlie. Che strano, non sembrava più sinistra come un tempo. Capii che mi sarebbe mancata: verde, fuori dal tempo, misteriosa.
Prima di uscire, riposi la macchina nello zaino. Cercai di concentrarmi sul mio nuovo progetto, anziché sul fatto che Edward non sembrava aver fatto progressi durante la notte.
Assieme alla paura, sentivo una punta di impazienza. Per quanto tempo sarebbe andata avanti così?
Be', per tutta la mattinata. Camminava in silenzio al mio fianco, sembrava che nemmeno mi guardasse. Cercai di concentrarmi sulle lezioni, ma neanche l'inglese riusciva a catturare la mia attenzione. Il professor Berty fu costretto a ripetere la domanda su Madonna Capuleti per due volte, prima che mi rendessi conto che si stava rivolgendo a me. Edward mi suggerì la risposta giusta sottovoce, dopodiché continuò a fare come se non esistessi.
A pranzo, il silenzio proseguì. Temevo di potermi mettere a urlare da un momento all'altro, perciò, per distrarmi, oltrepassai il confine invisibile del tavolo e mi rivolsi a Jessica.
«Ehi, Jess».
«Che c'è, Bella?».
«Mi fai un favore?», chiesi infilando una mano nello zaino. «Mia madre vuole che scatti qualche foto dei miei amici, da mettere in un album. Perciò fai qualche foto in giro, okay?».
Le passai la macchina.
«Certo», disse sorridendo, e scattando sorprese Mike a bocca piena.
Il prevedibile risultato fu una guerra di fotografie. Li guardavo passarsi la macchina attorno al tavolo, ridendo, ammiccando e lamentandosi di essere stati immortalati. Che cosa infantile. Forse quel giorno non ero dell'umore giusto per godermi le risate e i divertimenti di gente normale.
«Oh», esclamò Jessica, scusandosi, quando mi restituì la macchina. «Mi sa che abbiamo finito il rullino».
«Non c'è problema. Avevo già fatto le foto che mi servivano».
Dopo le lezioni, Edward mi accompagnò al parcheggio in silenzio. Anche quel giorno dovevo lavorare, e per una volta ne ero contenta. Passare del tempo con me, ovviamente, non lo aiutava. Forse doveva restare un po' solo.
Lasciai il rullino al laboratorio del centro commerciale prima di andare dai Newton, e uscita dal negozio passai a ritirare le foto sviluppate. A casa, salutai svelta Charlie, presi una barretta di cereali dalla cucina e sfrecciai in camera mia con la busta delle foto sottobraccio.
Mi sedetti sul letto e aprii l'involucro piena di curiosità. Era ridicolo, ma quasi mi aspettavo che la prima foto fosse vuota.
Quando la tirai fuori, mi tolse il fiato. Edward era bello come nella realtà, e mi fissava con lo sguardo caldo che da due giorni non vedevo. Era quasi incredibile che qualcuno potesse essere così... così... indescrivibile. Migliaia di parole non erano sufficienti a eguagliare quell'immagine.
Sfogliai il resto delle foto alla svelta, ne scelsi tre e le posai sul letto, una accanto all'altra.
La prima ritraeva Edward in cucina, lo sguardo pieno di calore, divertito e paziente. Nella seconda c'erano Edward e Charlie che guardavano la TV. La differenza tra le due espressioni di Edward era netta. Lo sguardo era diventato circospetto, riservato. Era sempre bello da mozzare il fiato, ma l'espressione si era come raffreddata: ricordava una scultura, più che un essere umano.
L'ultima era la foto di Edward e me, goffa al suo fianco. La sua espressione era ancora fredda e statuaria. Ma il dettaglio più inquietante era un altro. La differenza tra noi due era terribile. Lui sembrava un dio. Io un essere umano qualsiasi, e quasi mi vergognavo di risultare tanto anonima. Girai la foto, con un moto d'insofferenza.
Anziché fare i compiti, trascorsi il tempo a metterle in ordine. Con una biro scrissi le didascalie - nomi e date - per ciascuna foto. Giunta all'immagine che ritraeva me ed Edward insieme, senza guardarla troppo, la piegai in due e la infilai negli angoli in modo che fosse visibile solo per metà.
Poi, infilai la seconda serie di fotografie in una busta e scrissi una lunga lettera di ringraziamento a Renée.
Edward non era ancora arrivato. Non volevo ammettere che lui fosse il motivo per cui ero rimasta alzata tanto a lungo, ma ovviamente era così. Cercai di ricordare l'ultima occasione in cui aveva tardato tanto senza una scusa, una telefonata... Non era mai successo.
E, di nuovo, dormii male.
La mattinata a scuola si trascinò nella stessa maniera cupa e frustrante dei due giorni precedenti. La presenza di Edward nel parcheggio mi dava un sollievo che svaniva in fretta. Non era cambiato niente, anzi, lo sentivo sempre più lontano.
Stentavo a ricordare persino il motivo di quel disastro. Il mio compleanno, ormai, sembrava appartenere a un passato remoto. Se solo Alice fosse tornata. Subito. Prima che la situazione sfuggisse di mano.
Ma non potevo contarci. Decisi che, se non fossi riuscita a parlagli quel giorno, a parlargli davvero, sarei andata a trovare Carlisle l'indomani. Dovevo fare qualcosa.
Promisi a me stessa che dopo le lezioni io ed Edward ne avremmo discusso. Non avrei tollerato scuse.
Più tardi, mentre mi accompagnava al pick-up, mi feci coraggio, pronta a sparare a raffica le mie domande.
«Ti dispiace se vengo da te, oggi?», chiese prima che raggiungessimo il veicolo, prendendomi in contropiede.
«Certo che no».
«Adesso?», domandò aprendomi la portiera.
«Certo». Cercai di mantenere un tono di voce regolare, ma il suo nervosismo non mi piaceva affatto. «Prima però passo a spedire una lettera a Renée. Ci vediamo a casa».
Guardò il pacchetto gonfio sul sedile del passeggero. Di scatto, si allungò ad afferrarlo.
«Ci penso io», disse piano. «E vedrai che arriverò per primo». Sfoderò il sorriso sghembo che preferivo, però c'era qualcosa che non andava. Si era spento già prima di raggiungere gli occhi.
«D'accordo», risposi. Chiuse la portiera e si diresse alla propria auto.
Arrivò prima di me. Giunta di fronte a casa, notai la sua macchina parcheggiata al posto di quella di Charlie. Cattivo segno. Non aveva intenzione di trattenersi.
Io scesi dal pick-up, lui dall'auto, e mi venne incontro. Mi tolse lo zaino di mano. Gesto normale. Ma, anziché aiutarmi a portarlo, lo ripose sul sedile. Gesto tutt'altro che normale.
«Facciamo una passeggiata», propose, impassibile, prendendomi per mano.
Restai in silenzio, senza riuscire a trovare un modo di protestare immediatamente, come avrei desiderato. Così non andava. Brutto segno, brutto segno, ripeteva la voce nella mia testa.
Edward non rimase ad aspettare. Mi portò sul lato destro del giardino, quello che confinava con il bosco. Mi lasciai trascinare, cercando di restare lucida nonostante il panico. In fondo era ciò che volevo, mi dicevo. Era la possibilità di chiarire. E allora perché mi sentivo soffocare dall'angoscia?
Ci fermammo dopo pochi passi sotto gli alberi. Non avevamo nemmeno imboccato il sentiero, vedevo ancora casa mia.
Edward si appoggiò a un tronco e mi fissò con un'espressione indecifrabile.
«Bene, parliamo», dissi. Apparivo molto più coraggiosa di quanto non fossi.
Prese fiato.
«Bella, stiamo per andarcene».
Respirai a fondo. Era una scelta accettabile. Mi credevo pronta. Invece, dovevo sapere.
«Perché proprio adesso? Ancora un anno...».
«Bella, è il momento giusto. Per quanto tempo credi che potremmo restare ancora a Forks? Carlisle dimostra a malapena trent'anni e già ne deve dichiarare trentatré. Comunque vada, non passerà molto tempo prima che ci tocchi ricominciare da capo».
La sua risposta mi lasciò perplessa. Pensavo che andarcene servisse a lasciare in pace la sua famiglia. Che senso aveva partire se loro ci avrebbero seguiti? Lo fissai, sforzandomi di capire.
Lui sostenne il mio sguardo, impassibile.
Un attacco di nausea mi confermò che avevo capito male.
«Hai detto stiamo...», sussurrai.
«Intendo la mia famiglia e me». Scandito parola per parola.
Scuotevo la testa avanti e indietro, meccanicamente, cercando di sgombrarla dai pensieri. Lui restò in attesa, senza dare segni di impazienza. Mi ci volle qualche minuto, prima di riuscire a parlare.
«Okay», dissi. «Verrò con te».
«Non puoi, Bella. Dove stiamo andando... non è il posto adatto a te».
«Il mio posto è dove sei tu».
«Non sono la persona giusta per te, Bella».
«Non essere ridicolo». Il moto di rabbia che avrei voluto sfoderare si manifestò in una richiesta implorante. «Sei la cosa migliore che mi sia capitata, davvero».
«Il mio mondo non è fatto per te», rispose risoluto.
«Ma ciò che è successo con Jasper... non conta niente, Edward... niente!».
«Hai ragione. Era semplicemente un gesto prevedibile».
«L'hai promesso! A Phoenix hai promesso di rimanere...».
«Fino a quando fosse stata la cosa migliore per te», precisò interrompendomi.
«NO! Non dirmi che il problema è la mia anima!», gridai, furiosa con le parole che esplodevano, eppure anche quella sembrava una supplica. «Carlisle mi ha detto tutto, ma non m'interessa, Edward. Non m'interessa! Prenditi pure la mia di anima. Senza te non mi serve: è già tua!».
Prese fiato e per un istante il suo sguardo vagò in basso sul terreno. Sulle sue labbra, una smorfia accennata. Quando finalmente mi guardò di nuovo, era diverso, duro, come se l'oro liquido dei suoi occhi si fosse congelato.
«Bella, non voglio che tu venga con me». Scandì quelle parole lentamente, con cura, lo sguardo freddo sul mio viso, in attesa che cogliessi il senso della frase.
Restammo in silenzio mentre ripetevo tra me le sue parole, come ricercandovi un senso o un'intenzione che mi era sfuggita.
«Tu... non... mi vuoi?».
«No».
Lo fissavo senza capire. Con gli occhi su di me, non abbozzò neanche una scusa. Le sue iridi erano color topazio: duro, chiaro e profondo. Sentivo di poter affondare per chilometri nel suo sguardo, eppure da nessuna parte, in quelle profondità, riuscivo a cogliere qualcosa che contraddicesse ciò che mi ero appena sentita dire.
«Be', questo cambia le cose». Ero sorpresa dal mio tono di voce calmo e ragionevole. Probabilmente era colpa dello shock. Continuavo a non trovarvi un senso.
Guardò verso gli alberi e riprese a parlare. «Ovviamente, a modo mio, ti amerò sempre. Ma quel che è successo l'altra sera mi ha fatto capire che è ora di cambiare. Vedi, sono... stanco di fingere un'identità che non è mia, Bella. Non sono un essere umano». Tornò a fissarmi e le sembianze glaciali del suo viso perfetto non erano umane. «Ho aspettato troppo, e ti chiedo scusa».
«No». La mia voce era un sussurro: la consapevolezza aveva fatto breccia e scorreva come acido nelle mie vene. «Non farlo».
Mentre mi fissava leggevo nei suoi occhi che le mie parole erano giunte troppo, troppo tardi. Aveva già deciso.
«Tu non sei la persona giusta per me, Bella». Rivoltò la frase di poco prima: non avevo scampo. Sapevo benissimo di non essere abbastanza per lui.
Cercai di dire qualcosa, ma restai in silenzio. Lui attese, paziente, il viso ripulito da ogni emozione. Ci riprovai.
«Se... ne sei certo».
Annuì.
Il mio corpo si paralizzò. Dal collo in giù, non sentivo niente.
«Vorrei chiederti un favore, però, se non è troppo», disse.
Forse sul mio viso comparve qualcosa che per un istante catturò la sua attenzione. Ma prima che potessi capire, tornò a nascondersi dietro quella maschera imperturbabile.
«Tutto quello che vuoi», giurai, con un filo di voce in più.
Mentre lo osservavo, i suoi occhi di ghiaccio si sciolsero. L'oro tornò liquido, fuso, e bruciò nei miei con un'intensità travolgente.
«Non fare niente di insensato o stupido», ordinò, con aria tutt'altro che distaccata. «Capisci cosa intendo?».
Annuii, inerme.
Lo sguardo tornò freddo, di nuovo distante. «Ovviamente penso a Charlie. Ha bisogno di te. Stai attenta a ciò che combini... fallo per lui».
Annuii di nuovo. «Lo farò», sussurrai.
Sembrò un po' più rilassato.
«In cambio, ti faccio anch'io una promessa», disse. «Prometto che è l'ultima volta che mi vedi. Non tornerò. Non ti costringerò mai più ad affrontare una situazione come questa. Proseguirai la tua vita senza nessuna interferenza da parte mia. Sarà come se non fossi mai esistito».
Probabilmente le mie ginocchia avevano iniziato a tremare, perché d'un tratto vidi gli alberi ondeggiare. Sentivo il sangue pompare nelle orecchie più veloce del solito. La sua voce sembrava lontana lontana.
Sorrise dolcemente: «Non preoccuparti. Sei un essere umano... la tua memoria è poco più che un colino. Il tempo guarisce tutte le vostre ferite».
«E i tuoi ricordi?», chiesi. Sentivo una specie di nodo stretto in gola, che mi soffocava.
«Be'...». Fece una breve pausa. «Non dimenticherò. Ma a quelli come me... basta poco per trovare una distrazione». Sorrise. Un sorriso misurato che non accese i suoi occhi.
Fece un passo indietro. «Tutto qui, credo. Non ti daremo più fastidio».
Il plurale catturò la mia attenzione. Ne fui sorpresa, ormai pensavo di essere incapace di cogliere qualcosa.
«Alice non tornerà». Non so come fece a sentirmi - avevo sillabato la frase, muta - ma probabilmente capì.
Scosse la testa lentamente, sempre guardandomi.
«No. Se ne sono andati tutti. Io sono rimasto soltanto per poterti salutare».
«Alice se n'è andata?». La mia voce era piatta, incredula.
«Voleva salutarti anche lei, ma l'ho convinta che un taglio netto sarebbe stato per te meno doloroso».
Ero sottosopra, non riuscivo a concentrarmi. Le sue parole giravano come un tornado nella mia testa, e mi parve di sentire il medico, all'ospedale di Phoenix, la primavera precedente, mentre mi mostrava le radiografie. Vedi, è una frattura netta, diceva indicando con il dito il mio osso spezzato. Meglio così. Guarirà più velocemente.
Cercai di controllare il respiro. Dovevo farcela, trovare una via d'uscita a quell'incubo.
«Addio, Bella», disse con la solita voce tranquilla e pacifica.
«Aspetta!». Il grido restò soffocato in gola mentre volevo abbracciarlo, convincere le mie gambe insensibili ad andargli incontro.
Sembrava che anche lui volesse abbracciarmi. Ma le sue mani fredde mi strinsero i polsi e li riavvicinarono ai miei fianchi. Si chinò fino a sfiorare con le labbra, per un breve istante, la mia fronte. Chiusi gli occhi.
«Fai attenzione», sussurrò, il suo respiro freddo sulla mia pelle.
Un vento leggero e innaturale si alzò. Spalancai gli occhi. Le foglie di un acero rosso tremarono, scosse dalla brezza delicata del suo passaggio.
Non c'era più.
Con le gambe tremanti, senza rendermi conto di quanto fosse inutile, lo seguii nella foresta. Le tracce del suo cammino erano svanite all'istante. Non c'erano impronte, le foglie erano tornate immobili, ma continuavo a camminare senza pensare. Non riuscivo a smettere. Dovevo continuare a muovermi. Se avessi smesso di cercarlo, sarebbe stata la fine.
Amore, vita, significato... la fine di tutto.
Non smettevo di camminare. Il tempo non contava più mentre mi trascinavo nella vegetazione fitta. Le ore passavano come secondi. Forse il tempo si era fermato, perché ovunque andassi, il bosco era sempre uguale. Iniziai a temere di aver girato a vuoto sullo stesso breve tragitto, ma non mi fermai. Incespicavo di continuo e, più scendeva l'oscurità, più spesso cadevo.
Alla fine inciampai in qualcosa - faceva buio, non avevo idea di cosa fosse - e restai a terra. Mi sdraiai sul fianco, per respirare, e mi raggomitolai tra le felci umide.
In quel momento ebbi la sensazione che fosse passato molto più tempo di quanto pensassi. Non riuscivo a ricordare quando era scesa la sera. Di notte era sempre così buio, là sotto? Almeno un po' di luce doveva filtrare attraverso le nuvole e la chioma degli alberi...
Ma non quella sera. Quella sera il cielo era totalmente nero. Forse non c'era neanche la luna: era un'eclissi, o una notte di luna nuova.
Luna nuova. Non faceva freddo, ma rabbrividii.
L'oscurità durò a lungo, finché non li udii che mi chiamavano.
Qualcuno gridava il mio nome. Voci attutite, soffocate dalla vegetazione umida che mi circondava, ma era senz'altro il mio nome. Non le riconoscevo. Pensai di rispondere, ma ero stravolta e ci volle parecchio per giungere alla conclusione che dovevo rispondere. A quel punto, i richiami erano cessati.
Più tardi, fu la pioggia a svegliarmi. Probabilmente non mi ero addormentata davvero: mi ero soltanto persa in un torpore senza pensieri, stringendomi con tutte le forze all'annebbiamento che mi impediva di capire ciò che non volevo sapere.
La pioggia mi dava fastidio. Faceva freddo. Sciolsi la presa con cui stringevo le gambe al petto, per coprirmi il viso.
Fu in quel momento che mi sentii di nuovo chiamare. Stavolta le voci erano più lontane, e a tratti sembrava di sentirne tante, che gridavano il mio nome tutte assieme. Cercai di prendere fiato. Sapevo di voler rispondere, ma non credevo che mi avrebbero sentita. Sarei riuscita a urlare con la forza necessaria?
All'improvviso, un altro rumore, sorprendentemente vicino. Come un animale che annusava. Sembrava grosso. Non sapevo se averne paura o no. No, ero troppo annebbiata. Non importava. L'animale che annusava se ne andò.
La pioggia continuò, sentivo una pozza d'acqua formarsi sotto la guancia. Mentre cercavo di raccogliere le forze necessarie a voltarmi, vidi la luce.
Sulle prime era solo un bagliore fioco che si rifletteva sui cespugli in lontananza. Si faceva sempre più brillante e illuminava una porzione di spazio più ampia rispetto a una semplice torcia elettrica. La luce penetrò attraverso il cespuglio più vicino e capii che era una lanterna al propano, ma non vedevo altro. La luce mi accecò per un istante.
«Bella».
Una voce profonda e poco familiare, ma piena di gioia. Non mi stava chiamando, era felice di avermi trovata.
Alzai lo sguardo verso il volto scuro chino sopra di me. A malapena considerai che lo sconosciuto sembrasse così alto perché lui era in piedi e io ancora sdraiata.
«Ti hanno ferita?».
Avevo colto il significato della domanda, ma risposi con uno sguardo sconvolto. Quanto contava il senso delle parole, a quel punto?
«Bella, mi chiamo Sam Uley».
Il suo nome non mi era affatto familiare.
«Charlie mi ha mandato a cercarti».
Charlie? Aveva toccato il tasto giusto, perciò cercai di prestare più attenzione a ciò che diceva. Di Charlie, a differenza di tutto il resto, m'importava.
L'uomo che mi sovrastava mi offrì una mano. Restai a guardarlo, incerta su cosa fare.
I suoi occhi neri mi scrutarono per un secondo, poi si strinse nelle spalle. Con un movimento rapido e agile, mi sollevò da terra e mi prese in braccio.
Restai inerte, stretta a lui, mentre si avviava veloce attraverso la foresta umida. Una parte di me sapeva che avrei dovuto infuriarmi e resistere: uno sconosciuto mi stava trascinando via con sé. Ma non mi era rimasto niente che potesse infuriarsi.
Mi sembrò fosse trascorso poco tempo quando mi accorsi delle luci e del chiacchiericcio di tante voci maschili. Sam Uley rallentò, avvicinandosi al chiasso.
«L'ho trovata!», tuonò.
Il vociare s'interruppe per riprendere con intensità ancora maggiore. Attorno a me si muoveva un confuso vortice di volti. La voce di Sam era l'unica che riuscissi a seguire nel caos, forse perché avevo un orecchio schiacciato contro il suo petto.
«No, non mi sembra ferita», rispose a qualcuno. «Continua soltanto a ripetere: "Non c'è più"».
Lo stavo dicendo ad alta voce? Mi sforzai di chiudere la bocca.
«Bella, tesoro, stai bene?».
Era una voce che avrei riconosciuto ovunque, per quanto in quel momento fosse distorta dalla preoccupazione.
«Charlie?». La mia voce sembrava strana e sottile.
«Sono qui, piccola».
Qualcosa sotto di me si mosse e sentii l'odore di cuoio del giubbotto da capo della polizia di mio padre. Charlie traballò sotto il mio peso.
«Forse è meglio che la tenga io», suggerì Sam Uley.
«Ce la faccio», disse Charlie un po' affannato.
Camminava lento, a fatica. Avrei voluto dirgli di mettermi giù per lasciarmi camminare, ma non riuscivo a emettere alcun suono.
C'erano torce dappertutto, puntate dalla folla che lo accompagnava. Sembrava una parata. O un funerale. Chiusi gli occhi.
«Siamo quasi a casa, tesoro», mormorava Charlie di tanto in tanto.
Riaprii gli occhi al rumore della serratura. Eravamo sotto il portico di casa, il ragazzone alto e scuro di nome Sam teneva la porta aperta per far passare Charlie, un braccio proteso verso di noi, come se fosse pronto ad aiutarlo nel caso avesse mollato la presa.
Ma Charlie riuscì a entrare con me in braccio e a depositarmi sul divano, in salotto.
«Papà, sono fradicia», protestai con un filo di voce.
«Non importa», rispose burbero. Poi si rivolse a qualcun altro. «Le coperte sono nell'armadio in cima alle scale».
«Bella?», chiese una voce nuova. Guardai l'uomo dai capelli bianchi chino su di me e dopo pochi secondi, a fatica, lo riconobbi.
«Dottor Gerandy?», balbettai.
«Indovinato, cara», rispose. «Sei ferita, Bella?».
Mi ci volle un minuto per pensarci. Ero confusa dal ricordo di Sam Uley che mi faceva la stessa domanda, nel bosco. Soltanto che Sam aveva usato parole diverse: «Ti hanno ferita?». La differenza mi sembrava in qualche modo rilevante.
Il dottor Gerandy era in attesa. Un sopracciglio grigiastro alzato, la fronte solcata da rughe sempre più profonde.
«Non sono ferita», mentii. Ma, per quel che chiedeva lui, le parole corrispondevano al vero.
Mi toccò la fronte con la mano calda e mi sentì il polso con le dita. Guardavo le sue labbra mentre contava, gli occhi fissi sull'orologio.
«Cosa ti è successo?», chiese con tono normale.
Restai impietrita, sentii in gola il sapore del panico.
«Ti sei persa nel bosco?», chiese. Sapevo che c'erano altre orecchie in ascolto. Tre sagome maschili dai volti scuri - probabilmente venivano da La Push, la riserva degli indiani Quileute sulla costa - tra cui Sam Uley, erano in piedi, l'una accanto all'altra, e mi fissavano. C'erano anche il signor Newton assieme a Mike, e il signor Weber, il padre di Angela; le occhiate di questi ultimi erano più furtive di quelle degli sconosciuti. Altre voci profonde rimbombavano dalla cucina e da fuori la porta di casa. Mezza città si era messa alla mia ricerca.
Charlie era il più vicino. Si chinò per udire la mia risposta.
«Sì», sussurrai. «Mi sono persa».
Il dottore annuì, pensieroso, mentre tastava con le dita le ghiandole sotto il mio mento. Il volto di Charlie s'irrigidì,
«Sei stanca?», chiese il dottore.
Annuii e chiusi gli occhi docilmente.
«Penso che tutto sommato stia bene», sentii mormorare dal dottore a mio padre, dopo un momento. «È soltanto esausta. Lasci che ci dorma sopra, domani vengo a controllarla». S'interruppe, guardò l'ora e si corresse: «Be', oggi, in giornata».
Un cigolio, e i due si allontanarono, alzandosi dal divano.
«È vero?», sussurrò Charlie. Ora le loro voci erano lontane. Mi sforzai per ascoltarli. «Se ne sono andati?».
«Il dottor Cullen ci ha pregati di non dire nulla», rispose Gerandy. «Gli è arrivata un'offerta all'improvviso: ha dovuto scegliere su due piedi. Carlisle non voleva che la sua partenza facesse troppo clamore».
«Potevano avvertire almeno con un po' di anticipo», bofonchiò Charlie.
Il dottor Gerandy sembrava a disagio. «Sì, in effetti, data la situazione, un preavviso sarebbe stato opportuno».
Non volevo più starli a sentire. Cercai l'orlo della trapunta che qualcuno mi aveva sistemato addosso e me la tirai fin sopra le orecchie.
A sprazzi riprendevo lucidità. Udii i ringraziamenti sussurrati di Charlie mentre i volontari, uno alla volta, se ne andavano. Poi le sue dita sulla fronte e il peso di un'altra coperta. Ogni volta che il telefono squillava, correva a rispondere prima che potessi svegliarmi. Si prodigava in rassicurazioni a bassa voce.
«Sì, l'abbiamo ritrovata. Sta bene. Si è persa. Adesso sta meglio», continuava a ripetere.
Sentii le molle della poltrona cigolare quando Charlie ci si accomodò per la notte.
Qualche minuto dopo, il telefono squillò di nuovo.
Con un lamento, Charlie cercò di issarsi in piedi, poi corse, traballante, verso la cucina. Ficcai la testa ancor di più sotto le coperte, non volevo ascoltare per l'ennesima volta la stessa conversazione.
«Sì», disse Charlie e sbadigliò.
Il suo tono di voce cambiò, alla risposta successiva era molto più lucido. «Dove?». Poi, una pausa. «È sicura che sia fuori dalla riserva?». Altra pausa. «Ma cosa potrebbe bruciare, proprio là?». Sembrava preoccupato, ma anche disorientato. «Senta, faccio una telefonata da quelle parti e controllo».
Drizzai le orecchie mentre componeva il numero.
«Ciao, Billy, sono Charlie. Scusa se chiamo a quest'ora... no, sta bene. Dorme... Grazie, ma non è per questo che chiamo. Ho appena ricevuto una telefonata dalla signora Stanley, dice che dalla finestra del secondo piano vede delle fiamme verso la scogliera, ma io davvero... Ah!». All'istante, la sua voce si fece più energica: per irritazione... o rabbia? «E perché fanno una cosa del genere? Ah, ecco. Davvero?». Era sarcastico. «Be', non scusarti con me. Sì, sì. Bada soltanto che le fiamme non si propaghino... lo so, lo so, mi sorprende che siano riusciti ad accenderli con questo tempo».
Charlie tacque, poi aggiunse di malavoglia: «Grazie per avere mandato Sam e i ragazzi. Avevi ragione: conoscono la foresta meglio di noi. È stato Sam a trovarla, perciò sono in debito... Sì, ci sentiamo più tardi», aggiunse, sempre con tono cupo, prima di riattaccare.
Charlie balbettò qualche parola incoerente, mentre sgattaiolava di nuovo in salotto.
«C'è qualcosa che non va?», chiesi.
Corse al mio fianco.
«Scusa se ti ho svegliata, piccola».
«Un incendio?».
«Niente di che», disse per rassicurarmi. «Solo qualche falò sugli scogli».
«Falò?», chiesi. Il mio tono di voce non era curioso, solo smorto.
Charlie aggrottò le sopracciglia. «Bravate dei ragazzi della riserva», spiegò.
«Perché?», chiesi inebetita.
Sentivo che non voleva rispondere. Abbassò lo sguardo sul pavimento, tra le sue ginocchia. «Festeggiano la novità», disse amareggiato.
C'era una sola novità a cui potessi pensare, volente o nolente. E subito ricomposi il puzzle. «Perché i Cullen se ne sono andati», sussurrai. «I Cullen non piacciono a quelli di La Push... me ne ero dimenticata».
I Quileute si tramandavano certe superstizioni a proposito dei "freddi", i bevitori di sangue nemici della tribù, così come leggende che parlavano della grande inondazione e dei loro antenati licantropi. Per la maggior parte di loro erano soltanto racconti e storie popolari. Ma qualcuno ci credeva. Per esempio Billy Black, il vecchio amico di Charlie, benché addirittura suo figlio Jacob le giudicasse stupide superstizioni. Billy mi aveva avvertita di stare lontana dai Cullen...
Il nome stuzzicò qualcosa dentro di me, qualcosa che con gli artigli tentava di riaffiorare in superficie, qualcosa che non sapevo come affrontare.
«Che storia ridicola», sbottò Charlie.
Restammo in silenzio per qualche istante. Fuori dalla finestra il cielo non era più buio. Da qualche parte, al di là della pioggia, sorgeva il sole.
«Bella?», chiese Charlie.
Lo guardai, a disagio.
«Ti ha lasciata sola nel bosco?».
Cercai di schivare la domanda. «Come avete fatto a trovarmi?». La mia mente cercava di scansarsi di fronte all'inevitabile consapevolezza che, con rapidità, stava raggiungendomi.
«C'era il biglietto», rispose Charlie, sorpreso. Infilò una mano nella tasca dei jeans e ne estrasse un foglietto stropicciatissimo. Era sporco e umido, spiegazzato dalle mille volte in cui era stato aperto e ripiegato. Lo stirò per bene e lo mise in mostra come una prova decisiva. La scrittura disordinata era straordinariamente simile alla mia.
«Vado a fare due passi con Edward, su per il sentiero», diceva. «Torno presto, B».
«E quando non ti ho vista tornare, ho chiamato i Cullen, ma non ha risposto nessuno», disse Charlie, cupo. «Allora ho provato in ospedale e il dottor Gerandy mi ha spiegato che Carlisle se n'era andato».
«Ma dove?», mormorai.
Mi guardò fisso. «Edward non te l'ha detto?».
Scossi la testa, ritraendomi. Udire il suo nome scatenò la cosa che mi artigliava da dentro: un dolore che mi tolse il respiro e mi stupì per la sua forza.
Charlie rispose guardandomi dubbioso. «Carlisle ha avuto un incarico presso un grosso ospedale di Los Angeles. Immagino che lo abbiano ricoperto di denaro».
La soleggiata Los Angeles. Che in realtà era l'ultimo posto in cui avrebbero potuto rifugiarsi. Ripensai all'incubo dello specchio... la luce del sole, accesa, riflessa dalla sua pelle...
Al ricordo del suo viso mi sentii squarciare da un senso di agonia.
«Voglio sapere se Edward ti ha lasciata da sola laggiù, nel cuore del bosco», insistette Charlie.
Scossi la testa, agitata, sconvolta dal bisogno di sfuggire al dolore. «È stata colpa mia. Quando se n'è andato ero sul sentiero, non lontano da casa... ma ho cercato di seguirlo»,
Charlie fece per dire qualcosa; come una bambina, mi coprii le orecchie. «Non riesco a parlarne, papà. Voglio andare in camera mia».
Prima che potesse rispondere, scattai dal divano e, barcollando, salii le scale.
Qualcuno era entrato in casa e aveva lasciato a Charlie il biglietto. Nell'istante in cui me ne resi conto, un orribile sospetto mi si affacciò alla mente. Mi precipitai nella mia stanza, chiusi la porta a chiave e corsi al lettore CD accanto al letto.
Tutto sembrava identico a come l'avevo lasciato. Pigiai il coperchio del lettore. La chiusura scattò e lo sportello si aprì.
Era vuoto.
L'album di Renée era per terra, accanto al letto, dove l'avevo lasciato. Sollevai la copertina con mano tremante.
Mi bastò sfogliare la prima pagina. Fissata agli angoli di metallo non c'era nessuna foto. Sul foglio bianco spiccava la mia scrittura: «Edward Cullen, cucina di Charlie, 13 settembre».
Non andai oltre. Di sicuro aveva fatto le cose per bene.
Sarà come se non fossi mai esistito, me lo aveva promesso.
Sentii il pavimento di legno liscio sotto le ginocchia, poi sul palmo delle mani e infine contro la guancia. Speravo di svenire, ma purtroppo non persi conoscenza. Le ondate di dolore da cui prima ero stata appena sfiorata ora si innalzavano di fronte a me e mi si infrangevano addosso, trascinandomi giù.
E dal fondo non riemersi.

klaudianossola Ha sognato alle 23:48
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sabato, 29 marzo 2008

ITALIA: PAESE DI VELINE E DONNE OGGETTO

«Dal mio trasferimento a Milano, tre anni fa, mi sono chiesto perché nessuno sembri preoccuparsi dell’uso incongruo che viene fatto della donna nella pubblicità e in tv... Davvero gli italiani, e in particolare le italiane, ritengono accettabile "vendere" quiz in prima serata stimolando i genitali maschili invece del cervello?».

A dire questo non è qualche prete bacchettone, o qualche politico "reazionario", uso a lavorare in un paese sottomesso "all'autorità clericale" (ed altre frasi fatte del genere....).

Ha detto questo (anzi....lo ha scritto sul Financial Times ), Adrian Michaels, giornalista della stessa importante testata londinese.

Da oggi, è ufficiale, noi italiani siamo "arcaici". E la nostra arcaicità non ci deriva dall'essere influenzati (come qualcuno dice) dalla cultura cattolica, ma dall'essere avvezzi all'utilizzo "strumentale" e poco rispettoso della donna sui mezzi di comunicazione di massa.

Una donna che viene strumentalizzata a fini commerciali, una donna che viene svelata senza pudore.

Forse che il FT ci sta insegando che invocare il "senso del pudore" non è indice di "non modernità", mentre è indice positivo di rispetto per la donna? Un rispetto davvero femminista.

Forse che il FT ci sta insegnando che la "cultura delle veline" fa male alla società....anzi malissimo? Non solo perchè riduce la donna ad un mero oggetto di libidine maschile camuffata da "marketing e comunicazione", ma perchè tende a configurare una società - dice il giornale britannico - nella quale le donne o sono mamme confinate in cucina ed alqualto represse, o sono figlie ambiziose di diventare veline o showgirl.

Poca scelta, direi, per le donne (e per ogni persona che voglia potersi dire veramente umana).

Forse è il caso di ripristinare concetti quali il senso del pudore?

Forse sì. Ma prima occorre decongestionarci la mente da falsi preconcetti e "giovanilistiche" semplificazioni intellettuali per le quali auspicare che la donna venga rappresentata con rispetto viene confuso con un gretto atteggiamento taleban-cattolico.

Immaginare l'Italia come un paese di poeti, santi e studiosi è ormai cosa obsoleta. Oggi l'Italia è il paese delle veline o aspiranti oggetto.

Adrian Michaels, corrispondete dall'Italia del Financial times, in un articolo di quattro pagine , critica duramente le "Naked Ambiton" (nude ambizioni) delle donne italiane.

Leggendolo, subito esce la sterotipatissima immagine che hanno in Europa e nel mondo dell'Italia e degli italiani, che difficilmente cambierà visto i tempi che corrono. Subito si parte col classico esempio della televisione italiana, donne che compaiono sempre meno vestite; gli ascolti si fanno allietando il pubblico maschile e, sempre secondo l'articolo, nessuna donna italiana si sarebbe mai chiesta perché ci sia il bisogno di mostrarsi in questo modo.

Dal mio trasferimento a Milano, tre anni fa - scrive Adrian Michaels - mi sono chiesto perché nessuno sembri preoccuparsi dell'uso incongruo che viene fatto della donna nella pubblicità e in tv... Davvero gli italiani, e in particolare le italiane, ritengono accettabile "vendere" quiz in prima serata stimolando i genitali maschili invece del cervello?". "Nel sistema Italia, a partire dagli anni del boom, il corpo è considerato una ricchezza" Replica Alberto Abruzzese, sociologo delle comunicazioni di massa. Per Rula Jebreal "L'Italia critica spesso il mondo arabo e musulmano, ma quando si tratta di guardare al ruolo delle donne nei media, in politica, dicono "ah no, è un'altra cosa". L'ultimo stadio è la mancanza di diritti, è vero. Ma il primo gradino è spingere una donna a spogliarsi e stare zitta per apparire".

Come rispondono gli italiani a tutte queste critiche?

Le reazioni sono sempre le stesse : non accettare, non prendere atto anche solo di una minima visione diversa dalle nostre convinzioni, provando magari a pensarci su. Sono specialisti nel non accettare pubblicamente gli elementi  negativi della nostra identità e soprattutto da fastidio che siano gli altri a farlo notare, forse perché da soli non sono capaci.

Perché la convinzione che tutto sia giusto così e debba continuare in questo modo è fin troppo diffusa in  questo paese.

Perché quando qualcuno scrive cose - volutamente provocatorie - come quelle del Financial Times, invece di ragionare e fare autocritica, si preferisce sminuire e smontare il critico di turno, ritenendogli perfino una colpa l'aver guardato al di fuori di casa propria. Eppure tutte le pubblicità, su tutte quelle dei telefonini, danno ragione a questi inglesi..

Per il 99,99 % delle donne è diventato normale accettare tutto questo. Non si protesta all'idea di essere trattate e considerate come oggetti maschili e lasciare sempre più indietro il nostro femminismo dimenticato. La religione cattolica, una tra le più maschiliste e che esistano, di certo non ha mai aiutato (nonostante uno dei suoi principi sia l'uguaglianza delle persone).

Donne italiane, vi state dicendo che vi va bene la vita così com'è, con una bella scorta di scarpe, che vi piace allietare i maschi italiani facendo vedere le scollature e il vostro sedere, e che del cervello non vi interessa?

Come influisce tutto questo sulle vite femminili?

 Non c'è da stupirsi se le ragazze adolescenti poi vogliono diventare come loro, veline. In una società come quella italiana, dove anche nella politica, lavoro, poche donne riescono a diventare qualcuno anche se si impegnano o se studiano un casino. La politica e la tv sono il riflesso della nostra società, donne che non riescono a realizzarsi e devono scegliere tra la strada di sculettare in tv  o cedere al loro destino di casalinga come le loro madri. Tutti gli uomini nei ruoli dirigenziali ci pensano bene prima di assumere una donna e spesso cercano prestazioni sessuali per ricatto.. Purtroppo in Italia si fa ancora fatica ad accettare che una donna può essere qualcuno al di fuori della famiglia senza aver bisogno di mostrare le proprie grazie perchè anche una donna ha un cervello…

La non-cultura del nostro paese contribuisce a rinforzare con vigore il ritratto di questa donna italiana nel mondo.

L'immagine, l'aspetto fisico, sono le cose cui la stragrande maggioranza delle ragazze di oggi pensa senza preoccuparsi di quello che realmente sono, prima ancora di capire quanto valgono;tranne rarissime eccezioni... il modello comune è la show-girl, considerata fortunata, e intanto le ragazze laureate non trovano lavoro o vengono sfruttate, più dei maschi, con paghe mensili da fame. Non mi stupisce quindi che all'estero venga fuori un ritratto più che negativo.

Sulle riviste si legge che siamo più sveglie, furbe, che ci prendiamo gioco degli uomini(...) ma alla fine…? Chi comanda? Che nomi femminili abbiamo in parlamento? E' così che vi tengono buone.

Ma all'estero com'è la situazione?

All'estero, nei paesi industrializzati del nord le donne sono diverse hanno superato il concetto che per essere donna bisogna soffrire, diventare oggetti dell'uomo o essere mamme e casalinghe, in Italia siamo sfiduciate, anche se donne in carriera ce ne sono ma non vengono considerate, nascoste tra veline e cronaca nera, ma probabilmente non sono state condizionate da mass media o dalla famiglia. Noi ci differenziamo subito perché mentre negli altri paesi c'è un'alternativa, qui no. Non c'è scelta. Se cambi canale altre donne mercificheranno il proprio corpo.

In Norvegia anni ed anni di conquiste sociali da parte delle donne norvegesi hanno portato ad un ribaltamento della situazione.
Ora sono gli uomini a sentirsi discriminati o comunque ad occupare una posizione "debole".
I norvegesi ottengono risultati scolastici peggiori rispetto alle donne, tendono ad ammalarsi con maggiore frequenza e soffrono di malattie diverse ma spesso poco considerate rispetto a quelle femminili, inoltre sono rari i casi in cui riescono ad ottenere l'affidamento dei figli nelle cause di divorzio.
L'iniziativa è partita direttamente dal ministro per l'Infanzia e le Pari opportunità, Karita Bekkemellem.
Il passo iniziale è stato quello di organizzare un gruppo di lavoro composto da 32 uomini al fine di rilevare quelle che sono le esigenze e gli interessi relativi ai diritti di genere percepiti dall'utenza maschile.
Il loro compito sarà quello di individuare delle strategie che vadano a compensare la carenza di diritti degli uomini.
Punto di partenza la stesura di una relazione sulla tematica «Uomini e pari opportunità», per poi procedere con la ricerca di animare dei dibattiti all'interno dell'opinione pubblica che siano inerenti i diritti del genere maschile.

I'orientamento norvegese sembra confermato da come stanno andando le cose negli Stati Uniti.
Il dipartimento di Sociologia del Queens College di New York ha svolto una ricerca da cui è emerso che le giovani lavoratrici percepiscono uno stipendio che parametrato a quello dei pari ruolo uomini è superiore di una cifra che oscilla tra il 17 e il 20 per cento in più.

In Italia ancora ci sono difficoltà a raggiungere risultati del genere.
A fronte di una crescita del tasso occupazionale femminile (pur se le cifre dicono che rimaniamo il penultimo Paese europeo per tasso di occupazione delle donne) si riscontrano dei picchi negativi per quanto concerne differenza di retribuzione (il gap salariale tra donne e uomini è pari al 9% mediamente).

In Spagna

PARITA' ANCHE NELLA SEGNALETICA
!!!
La giunta comunale di Fuenlabrada, località poco distante da Madrid, ha esteso l'applicazione della Legge sulla Parità dei Sessi firmata nel 2005 dal governo Zapatero ai semafori.
L'iniziativa è stata applicata all'interno del programma «Igualdad de derechos en la seguridad vial» (Uguaglianza di diritti nella sicurezza stradale) ed ha visto apportare una singolare aggiunta ai tradizionali segnali stradali dedicati all'attraversamento pedonale.
Il segnale di attraversamento, da un lato della strada riporta la figura dell'uomo, mentre su quello opposto è rappresentata una donna.
Alle figure dei pedoni che attraversano la strada sono state aggiunte le gonne e le trecce per non fare torto a nessuno.
Ma l'operazione più innovativa è stata quella applicata ai semafori, nata anche grazie alla collaborazione tra un'impresa specializzata in elettronica ed il Politecnico di Madrid.
Ora la figura dell'omino si intervalla a quella della donna, grazie ad un particolare gioco di intermittenza delle luci.

Un giorno molto probabilmente me ne andrò da questo paese del cavolo.....ecco uno dei tanti motivi per cui detesto tanto la tv italiana e l'italia i se....ma ancora nessuno l'aveva capito mi sa....

ma allora perchè dovrei guardare quella merda chiamata televisione? chi me lo fa fare?e continuo a non capire perchè tutti si ostinano a guardarla...i maschi in particolare...ma questo è prevedibile data la quantita abbondante di corpi femminili nudi.... basta accendere la tv che c'è da deprimersi per ciò che si vede....si vedono programmi con ragazze mezze nude che fanno da sfondo e al massimo dicono : ci vediamo dopo la pubblicità oppure a tra poco yeah...certo contaci!!!..... Ma perchè non  passare una giornata con amici o a leggere e a fare qualcosa di costruttivo piuttosto che guardare quella cosa chiamata tv che serve a manipolare solo la mente dei deboli!!!???!!!

La cosa peggiore  che non contribuirà a risolvere questo problema è che: se sei un maschio (o comunque nella maggior pate dei casi) poco te ne frega.....e se sei una di quelle aspiranti veline neanche...dato che preferiscono farsi "umiliare" pubblicamente pur di diventare veline,famose e cazzi vari....piuttosto che fare qualcos altro ma conservare la dignità ...quindi dato che la maggior parte della società italiana è composta da maschilisti e aspiranti veline  (alle quali è stato fatto il lavaggio del cervello sin dalla nascita)come cavolo si arriva a risolvere questo problema? davvero non lo so...credo che un giorno me ne andrò....anche se non è utile lasciare l'italia in mano a ste gente....

Aurevoir

klaudianossola Ha sognato alle 18:58
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lunedì, 24 marzo 2008


Ogni nostro sforzo di ingannarli si era dimostrato inutile.Con il cuore ghiacciato, lo guardai mentre si preparava a difendermi. La sua concentrazione intensa non tradiva ombre di incertezza, malgrado fosse in svantaggio numerico. Sapevo che nessun altro poteva aiutarci: in quel momento la sua famiglia stava combattendo per la propria vita, come lui per le nostre.Sarei mai riuscita a conoscere l'esito dell'altro combattimento? Scoprire chi aveva vinto e chi perso? Sarei sopravvissuta abbastanza a lungo? Le probabilità non erano così alte.Due occhi neri, imbestialiti dal desiderio implacabile della mia morte, aspettavano di cogliere in fallo il mio protettore. Aspettavano il momento giusto per uccidermi.
Da qualche parte, lontano, nel cuore della foresta fredda, un lupo ululò.

eclipse

klaudianossola Ha sognato alle 23:09
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sabato, 22 marzo 2008


Tu che t'insinuasti come una lama
Nel mio cuore gemente; tu che forte
Come un branco di demoni venisti
A fare, folle e ornata, del mio spirito
Umiliato il tuo letto e il regno-infame
A cui, come il forzato alla catena,
Sono legato; come alla bottiglia
L'ubriacone; come alla carogna
I vermi; come al gioco l'ostinato
Giocatore, - che tu sia maledetta!
Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
Di conquistare la mia libertà;
Ed il veleno perfido ho pregato
Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada
Ed il veleno, pieni di disprezzo,
M'han detto: "Non sei degno che alla tua
Schiavitù maledetta ti si tolga,
Imbecille! - una volta liberato
Dal suo dominio, per i nostri sforzi,
Tu faresti rivivere il cadavere
Del tuo vampiro, con i baci tuoi!"

x1pbglk-vqL4Bu75QPkiQobvyVFR5Nb5vtj1bhC1FmHcwunL84Bok4weSYGdcIb83e3Ru4xQYyZbwSOwu3iy1LMO8CL2e5f6EmGgPVdiGoEFMf5bKy7OHEoKhB7pmQ33

 

klaudianossola Ha sognato alle 23:31
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giovedì, 20 marzo 2008

Ero su msn messenger al che mi inviano il messaggio sottostante:

6 STATO AD APRIRE QST MEXAGGIO ORA TI SUCCEDERANO DELLE CS BELLE:1)SABATO TI FIDANZERAI CN IL /LA RAGA E HAI SEMPRE AMATO  2)AVRAI DEGLI OTTIMI VOTI IN PAGELLA3)SARAI AMATO DA TT4)TT TI VORRAN BENE E QST SUCCEDERà SL SE INVIA A 15 XSONE QST MEXAGGIO SE NN LO FARAI TI SUCCEDERà TT IL CONTRARIO HAI TEMPO FINO A STASERA 1 MINUTO PRIMA DELLA MEZZA NOTTE SBRIGATI nn rinviare a me

 

Cioè ma come si fa???? come si fa???? come si fa a credere a queste puttanate e ad inviarle???? cioè cazzo con tutto il rispetto per la persona che me l'ha inviato ma poi ci resto di merda se mi vedo inviare questi messaggi da certe persone !!!ecchecavolo!!!!ma la cosa che più mi mette tristezza ovviamente è il contenuto!!! cioè è incredibile!!!! è ridicolo!!!! se bastasse inviare queste puttanate a quindici persone a quest ora il mondo sarebbe perfetto e non ci sarebbero problemi!!!!

Che poi tanto per la cronaca :

Chicazzosenefregadiessereamatodatuttiecazzivari!!

Mah....sarò stata esplicita...ma quando ce vo ce vo.....

Aurevoir

klaudianossola Ha sognato alle 20:28
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Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra......(Jim Morrison)*_* _______________________________________ Tante persone spesso si sentono delle perle nere in mezzo a tante perle bianche...ma ormai purtroppo le stesse perle nere sono diventate delle perle bianche...è LA VITA ___________________________________________ Un vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.....*_*(Che Guevara) ___________________________________________ There's a million ways to see the things in life....a million ways to be the fool....in the end of it none of us is right..sometimes we need to be alone*_*(che canzone intelligente...) ______________________________________________ La notte ed il subconscio sono complici... _____________________________________________ Se sei triste e vorresti morire, pensa a chi è triste e vorrebbe vivere ma sa di dover morire...(Jim Morrison) _____________________________________________ Amo i bambini...perchè non hanno peli sulla lingua... _______________________________________________ C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo...(Jim Morrison) ________________________________________________ A volte penso che la vera realtà sia quella dei sogni....ed i sogni siano ciò che noi crediamo realtà... _______________________________________________________ Definizione di ale la scemotta del Power:" Klà ma il Power è diciamo....giup giup"(ale si scem').....d'oh....caso perso......un pò alla volta (mooolto lentamente)sta imparando...da me hihi^^ ___________________________________ Love can be like poetry of demons or maybe god love complex irony???...(SonataArctica) ____________________________________ Ale & Klà mentre guardano Rock TV(skleramento): marò chill ro mai kemikall romanz ten o tikk n cul..par k tten o morb e parkinsonn....comm fa co stò tikk quann adda fa sess?..siamo incurabili.....^^ ________________________________________________ don't waste your time....or time will waste you!!!(Muse9 ______________________________________________________ HOW CAN WE WIN WHEN FOOL CAN BE KING??????(Muse) ________________________________________________________ DISKUSSIONI POST SKLERAMENTO : ALE TVB ( to vir biutifulll?)...ale tvtrb......( ale ti voglio trombare) __________________________________________________________ Pensa oltre la verità imposta...(???) __________________________________________________________ It can't rain for all the time!!!(...)(The crow) ________________________________________________________ L'amore è sempre paziente e gentile... non è mai geloso... l'amore non è presuntuoso o pieno di sè... non è mai scortese o egoista... non si offende e non porta rancore... l'amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri, ma si nutre della vita... è sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare... ! (...???)*_* ______________________________________________________________________________________________ Mia Zia(la suora) dice: Claudia ma DEVI CAPIRE(...) che l'inferno,il purgatorio,il paradiso,sono dei luoghi concreti.... io non so dove si trovano ma ci sono...solo Dio lo sa....e Dio e una persona come noi( lei lo immagina con la barba e i capelli bianchi)......(...)??? ________________________________________________________________________________________________ Com'è Schifoso il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così spiacevoli!!! _______________________________________________________________________________________________ Love is a game.....please insert coin!!!:P _______________________________________________________________________________________________ Ma cupido in realtà è un finokkio brasilero...si muove qua e là..col culetto tutto nero.(Madagaskà) ________________________________________________________________________________________________ Mia sorella dopo aver mangiato un kilo di profiteroles: Ah adesso si che mi sento realizzata!!! _____________________________________________________________________________________________ Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell avere nuovi occhi....(Marcel Proust) ________________________________________________________________________________________________ Oh John, non sono degna di partecipare al tuo metodo di studio,ma fai soltanto una plettrata ed io sarò salvata........:P _________________________________________________________________________________________________ Non era più la forma esteriore degli esseri che mi interessava, ma ciò che effettivamente, per loro mezzo, percepivo nella vita." A. Giacometti _________________________________________________________________________________________________ L'oblio è una forma di libertà _________________________________________________________________________________________________ L'immortalità è una forma di dittatura della vita sulla morte _________________________________________________________________________________________________ "Quando il vento della fiducia spiegherà le vele della solidarietà, solo allora il vascello della speranza sarà pronto a solcare i mari della gioia."



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